Auto elettriche, scatta l’allarme: Cina pronta a superare l’Occidente anche nel riciclo di batterie

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(Adnkronos) – Da quando la transizione energetica è diventata una priorità delle politiche occidentali, gli scettici hanno mostrato preoccupazione per il ruolo della Cina, molto avanti nel settore della produzione di batterie e auto elettriche. Ora, però, il sorpasso del Dragone potrebbe arrivare anche sotto un altro profilo: quello del riciclo delle batterie per veicoli elettrici, da sempre un nervo scoperto della transizione. Quanto riporta Bloomberg citando un rapporto di Circular Energy Storage, spaventa anche chi, in Usa e in Ue, è favorevole all’elettrico. Infatti, secondo le previsioni di Circular Energy Storage, la Cina avrà quasi quattro volte più batterie da riciclare entro il 2030 rispetto al 2021.
Una progressione che accentrerebbe nel paese di Xi Jinping la filiera delle auto elettriche, dalla produzione dei veicoli e delle batterie, allo smaltimento delle stesse, chiudendo un cerchio sempre più spostato verso Oriente. Parlando dell’industria cinese del riciclo delle batterie, Bloomberg descrive un’atmosfera “un po’ selvaggia”, dove alcuni individui pubblicano annunci sui social media per trovare batterie riciclabili come parte, sostiene la rivista finanziaria, di un vasto mercato grigio. Mentre in Occidente è ancora acceso il dibattito sull’elettrico, e il settore delle auto elettriche è crollato pesantemente a dicembre, trascinato dal collasso tedesco, il Drago asiatico ha già raggiunto elevati standard nazionali per lo smontaggio delle celle delle batterie e il trasporto dei componenti delle batterie. Di particolare rilievo la regola secondo cui le batterie devono essere trasportate in camion dotati di allarmi antincendio e spedite in contenitori ignifughi e resistenti al calore. Tuttavia, le linee guida e i regolamenti emessi da Pechino sono difficili da far rispettare e spesso vengono aggirati perché aumentano il costo dei materiali riciclati. Dunque, anche in Cina le regole stanno trovando delle resistenze nei fatti, seppure più nascoste e meno urlate di quelle occidentali per i noti limiti alla libertà presenti nel paese. Le regole di riciclo delle batterie elettriche in Cina sono state stabilite dal governo cinese nel 2018, per affrontare il problema delle batterie esauste dei veicoli elettrici.  Secondo le regole di Pechino, le batterie riciclate devono restituire il 98% del contenuto originale di cobalto e nichel e l’85% di litio. Una misura che trova una matrice economica prima che ambientale dato che la Cina importa
più del 90% del suo cobalto e nichel e più della metà del suo litio. Altre regole predisposte dal governo sono: – i produttori di batterie devono fornire informazioni tecniche sullo smontaggio e il riciclo dei loro prodotti, e offrire formazione ai costruttori di automobili; – i costruttori di automobili devono essere responsabili della costruzione di una rete di riciclo delle batterie, e utilizzare i servizi post-vendita per recuperare le batterie; – le batterie devono essere trasportate in camion dotati di allarmi antincendio e spedite in contenitori ignifughi e resistenti al calore. Pechino incoraggia inoltre la cooperazione tra i produttori di batterie e le case automobilistiche, e la partecipazione dei capitali sociali. Mentre in Occidente si sta provando a sostenere l’elettrico con incentivi e normative che ne agevolano l’acquisto, la Cina ha optato per una strategia più di ampio respiro, che, prima di arrivare al riciclo, parte dall’approvvigionamento di materie prime. Per questo motivo, il paese di Xi Jinping ha investito molto in Africa, soprattutto nella Repubblica Democratica del Congo, che
detiene il 60% delle riserve mondiali di cobalto, e in altri paesi ricchi di litio, grafite e terre rare. Alcuni osservatori hanno definito questa strategia come una forma di “colonizzazione economica”, in quanto la Cina esercita una forte influenza politica e finanziaria sui paesi africani, spesso a scapito dei diritti umani, dell’ambiente e della sovranità nazionale, ma è indubbio che non si tratti di un unicum a livello globale. Anche la transizione finisce per diventare strumento geopolitico, con l’asse Cina-Russia quanto mai attivo nel settore dell’automotive.  Infatti, la produzione automobilistica cinese ha stabilito un record nel 2023, soprattutto grazie all’aumento delle esportazioni di veicoli elettrici e alle spedizioni in Russia che hanno colmato il vuoto creato dall’uscita dei produttori occidentali. Lo scorso anno le case automobilistiche cinesi hanno prodotto 30,16 milioni di veicoli contro i 27,02 milioni del 2022, secondo i dati della China Association of Automobile Manufacturers (Caam), superando i record del 2017. A trainare il Dragone sono state soprattutto le esportazioni che sono aumentate addirittura del 58%, raggiungendo i 5 milioni di autovetture esportate. Numeri che hanno sancito il sorpasso sul Giappone, storico leader di settore, fermo a 4,3 milioni di auto esportate nel corso del 2023. Un sorpasso che, come si è visto, parte da lontano e può travolgere il mercato: “Stiamo parlando dell’alba di un nuovo dominio”, afferma senza fronzoli Bruno Mafrici, senior advisor di Milano esperto in mercati internazionali e innovazione aziendale che spiega: “Non è un caso che la Cina stia avanzando nel settore delle auto elettriche. Gli investimenti strategici in ricerca e sviluppo, cominciati con parecchi anni di anticipo rispetto alle case europee, uniti a una pianificazione governativa lungimirante, hanno permesso alla Cina di ottenere un vantaggio competitivo. Questo – continua – si riflette nella loro predominanza nel settore delle batterie, un componente cruciale per il successo delle auto elettriche”. In Italia, il fenomeno delle auto elettriche cinesi è particolarmente evidente. Le importazioni di auto dalla Cina hanno registrato un aumento di quasi quattro volte nel 2023 rispetto al 2022.  Se la Cina dovesse conquistare la leadership anche nel riciclo delle batterie, il mercato occidentale ne risentirebbe pesantemente, diventando co-protagonista praticamente lungo tutta la catena delle auto elettriche.  Come è noto, l’Ue ha deciso lo stop all’immatricolazione di auto a motore termico a partire dal 2035. La sfida è organizzare il settore in modo da arrivare preparati all’appuntamento. Occorrerà, però, che tutte le parti sociali (istituzioni, aziende e consumatori) remino nella stessa direzione, accettando l’ineluttabilità del cambiamento. Solo a quel punto, il modello cinese potrà rappresentare un valido esempio. Sempre se non sarà troppo tardi. —sostenibilita/mobilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Bce e cambiamento climatico, Christine Lagarde: “Ecco come sosterremo la transizione verde dell’economia”

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(Adnkronos) – Il cambiamento climatico necessità di misure concrete e con un focus mirato. A sostenerlo è la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde che ha spiegato nel dettaglio quali saranno le future mosse adottate.  Con un piano strategico, la Bce intende difendere i cambiamenti finanziari ed economici imposti dall’aumento delle temperature e dalle politiche associate al fenomeno e a ciò che ne consegue. Vediamo nel dettaglio come è strutturato il piano. Quando si parla di transizione verde si fa riferimento a tutte le strategie messe in campo per rendere più sostenibile per l’ambiente ogni aspetto che riguarda l’uomo. Anche quello economico-finanziario. La Banca Centrale Europea, in tal senso, ha riaffermato l’impegno verso le azioni climatiche in corso e come adattarsi ai nuovi fenomeni difendendo le finanze dei cittadini.  La Banca Centrale Europea ha deciso di ampliare il proprio lavoro sul cambiamento climatico, identificando tre aree di interesse che guideranno le sue attività nel 2024 e nel 2025: “Un clima più caldo e il degrado del capitale naturale stanno imponendo un cambiamento nella nostra economia e nel nostro sistema finanziario. Dobbiamo comprendere e tenere il passo con questo cambiamento per continuare a svolgere il nostro mandato – ha affermato la presidente della Bce Christine Lagarde -. Ampliando e intensificando i nostri sforzi possiamo comprendere meglio le implicazioni di questi cambiamenti e, così facendo, contribuire a sostenere la stabilità e sostenere la transizione verde dell’economia e del sistema finanziario”. A tal fine sono state concordate le seguenti misure concrete. Sulla transizione verso un’economia green, la Bce ha dichiarato di voler intensificare il suo lavoro sugli effetti dei finanziamenti per la transizione, sulle esigenze di investimenti rivolti al mondo green e su come i piani di transizione incidano sugli aspetti dell’economia e del lavoro. I risultati informeranno anche il quadro di modellizzazione della Bce. Quest’ultima, infatti, intende anche approfondire eventuali e necessarie modifiche ai suoi strumenti e “portafogli” di politica monetaria.  Per quanto riguarda l’impatto fisico dei cambiamenti climatici, la Bce intende approfondire quale sia l’impatto che eventi metereologici estremi, come quelli che si sono verificati proprio in Italia con alluvioni in Emilia-Romagna e Toscana, hanno sull’inflazione e sul sistema finanziario. La Bce ha inoltre dichiarato di voler valutare il potenziale impatto dell’adattamento ai cambiamenti climatici del settore finanziario compresi gli spazi di investimento e di protezione assicurativa.  Per quanto riguarda il degrado degli ecosistemi, la Bce continuerà sulla stessa linea. Analizzerà, cioè, il legame tra sistema finanziario e perdita della flora e della fauna e di interi habitat naturali. Sulle operazioni legate strettamente alla propria attività, l’impegno pronunciato dalla Bce è anche quello legato al suo ottavo programma di gestione ambientale per sostenere il raggiungimento dei suoi obiettivi di riduzione del carbonio per il 2030. Insieme all’intero Eurosistema, il suo lavoro includerà principi di progettazione ecocompatibile per le future serie di banconote in euro e incorporare considerazioni sull’impronta ambientale nella progettazione di un euro digitale che è attualmente in fase di preparazione. —sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Italian Exhibition Group certificata sulla parità di genere

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(Adnkronos) –
Italian Exhibition Group Spa (Ieg) è la prima società fieristica italiana a ottenere la Certificazione sulla Parità di Genere UNI/PdR 125:2022 per la piena corrispondenza delle politiche aziendali finalizzate all’equità lavorativa e all’inclusione di tutte le collaboratrici e i collaboratori attivi all’interno dell’azienda. La certificazione riguarda le sedi fieristico-congressuali di Rimini e Vicenza della Spa, oltre agli uffici operativi di Milano e Arezzo. Il punteggio ottenuto da Ieg è 89,75 su un range previsto fra 60 e 100, secondo i certificatori fra i più alti riconosciuti.  Il processo di certificazione, terminato con l’audit di Bureau Veritas Italia, è stato coordinato per Ieg dal team Hr, guidato dalla sua direttrice Silvia Fabbri, insieme all’Hr specialist Katia Calesini e ha visto la collaborazione dell’Hse coordinator di Ieg Mattia Gasparini per gli aspetti concernenti l’integrazione con le altre certificazioni già acquisite da Italian Exhibition Group.   “Con un pizzico di orgoglio – commenta il presidente di Ieg Spa, Maurizio Ermeti – rivendico un riconoscimento che non è semplicemente il premio ad un percorso compiuto sull’onda di una cultura aziendale che finalmente si afferma nel mondo delle imprese, ma l’affermazione di una identità societaria che da sempre s’è caratterizzata con un requisito sostanziato da premialità e riconoscimento dei talenti, ovunque essi siano”.  Per il presidente di Bureau Veritas Italia, Diego D’Amato, “grazie alla Uni/PdR 125:2022, le aziende hanno a disposizione uno strumento formidabile per agire il cambiamento sul fronte della parità di genere, diffondendo una cultura inclusiva e misurando il proprio impegno al miglioramento. Siamo orgogliosi di contribuire, con i nostri audit di certificazione, ad una maggior consapevolezza sui temi del gender gap, valorizzando l’impegno di aziende che, come Ieg, possono essere prese ad esempio nel proprio mercato di riferimento”.  Ieg ha presentato all’ente certificatore Bureau Veritas Italia una fotografia aziendale composta dal 70% di presenza femminile. Le donne con ruoli dirigenziali o di responsabilità di area sono il 50% e quelle con deleghe sui budget di spesa sono il 51% del totale.  —sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Giorni della Merla addio, sembra primavera

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(Adnkronos) – L'anno 2023 ha visto il mondo registrare un calo significativo del 14% nelle precipitazioni e una temperatura media superiore di 1,14 gradi rispetto alla media storica del periodo 1991-2020. Questi dati delineano un quadro preoccupante dei cambiamenti climatici in corso. L'attenzione si concentra in particolare sui tradizionali Giorni della Merla (29-30-31 gennaio), i quali, secondo la leggenda, dovrebbero essere i più freddi dell'anno. Tuttavia, l'attuale anomalia meteorologica sembra smentire questa tradizione millenaria. I Giorni della Merla, ossia gli ultimi tre giorni di gennaio, sono noti come i giorni più freddi dell'anno secondo la tradizione popolare. Questa credenza è accompagnata da una leggenda che narra di una merla e dei suoi piccoli che, alla fine di gennaio, cercarono riparo in un comignolo. Dopo tre giorni di permanenza, i merli uscirono dal comignolo con il piumaggio color grigio o bruno-nerastro a causa della cenere. La leggenda vuole che da quel giorno in poi tutti i merli siano diventati neri. Secondo la tradizione, la merla annuncerebbe l'arrivo della primavera in anticipo o in ritardo, a seconda delle condizioni meteorologiche di quei tre giorni. Se i giorni della merla sono miti, ciò significherebbe che l'inverno durerà ancora a lungo; se, al contrario, sono freddi, l'inverno finirà presto e la primavera sarà alle porte.  Questo fenomeno non è più riscontrabile con certezza, segnalando una variazione climatica che sta sfidando persino le credenze popolari radicate nel folklore. L'osservazione più evidente di questi cambiamenti è la frequenza e l'intensità delle ondate di calore invernali: giorni che un tempo erano caratterizzati da temperature glaciali ora possono sperimentare improvvisi picchi di caldo. Questa anomalia climatica ha portato ad una sfida nella previsione meteorologica e ha impatti significativi su agricoltura, fauna selvatica e stili di vita umani. Il caldo fuori stagione – sottolinea la Coldiretti – manda la natura in tilt e favorisce in tutte le piante il risveglio anticipato anche le fioriture anticipate come per le mimose in anticipo di un mese rispetto alla data dell’8 marzo, con il pericolo di esporre le coltivazioni ai danni di un prevedibile, successivo, forte abbassamento delle temperature con la conseguente perdita dei raccolti. E con il caldo, aggiunge la Coldiretti, le popolazioni di insetti dannosi per le colture sopravvivono per attaccare successivamente i raccolti nella prossima primavera.  La situazione è resa ancor più allarmante dalla siccità invernale, con la mancanza di neve in diversi settori delle Alpi e dell'Appennino. Negli invasi della regione Sardegna il primo gennaio c’era il 21% di acqua in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente mentre in quelli della Sicilia a gennaio 2024 il deficit è del 13% rispetto all’anno precedente secondo le analisi Coldiretti sui dati dei Dipartimenti Idrografici Regionali.  La scarsità di pioggia -precisa la Coldiretti- ha portato a una carenza di fieno nei pascoli e a difficoltà nello sviluppo di ortaggi. Settori come la coltivazione di arance e insalate stanno soffrendo a causa della mancanza di acqua, creando preoccupazioni per la sicurezza alimentare. L'associazione agricola sottolinea l'importanza di un impegno delle istituzioni per affrontare queste sfide, abbracciando l'innovazione dell'agricoltura 4.0 con l'uso di droni, robot e satelliti. Tuttavia, sottolinea che sono necessari anche investimenti nella gestione sostenibile dell'acqua, con un sistema diffuso di piccoli invasi per raccogliere e regolare l'acqua in modo efficiente. Affrontare i cambiamenti climatici richiede un approccio integrato che coinvolga agricoltori, istituzioni e la società nel suo complesso. —sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

È aggiornata la Carta magnetica d’Italia

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Tempo di lettura: 2 minuti ֎Grazie al lavoro congiunto di Ingv e Igm è ora disponibile l’ultimo aggiornamento della Carta magnetica italiana, strumento fondamentale per la ricerca geofisica e per la navigazione aerea, marittima e […]

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A Venezia conferenza ‘Circular Venice’: esperienze innovative a confronto

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(Adnkronos) – Il Regolamento europeo sul Passaporto digitale dei prodotti è stato presentato nel corso della conferenza 'Circular Venice, policy, pratiche e innovazione a confronto', organizzata questa mattina nell’Auditorium Cesare De Michelis di M9 da Fondazione Venezia Capitale Mondiale della Sostenibilità / Venice Sustainability Foundation (Fvcms/Vsf) con Regione Veneto, Comune di Venezia, Acr+ e Fondazione di Venezia. Un evento dedicato al tema dell’economia circolare e alle sue molteplici declinazioni ed applicazioni.
 “Parlare di economia circolare significa anche accettare la grande sfida dell’uso efficiente e sostenibile delle limitate risorse a disposizione, sfida che interessa tutta la società ed è particolarmente sentita a Venezia dove ogni riflessione sull’economia e sull’ambiente deve tener conto anche di una dimensione ambientale così fragile e complessa e di una storia unica al mondo", osserva Renato Brunetta, presidente della Fondazione Venezia Capitale Mondiale della Sostenibilità.  Quanto al Passaporto digitale dei prodotti, presentato per la prima volta pubblicamente in Italia, il progetto si inserisce nel più ampio Regolamento Ue sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti (Espr) e mira a rendere attuabile su larga scala il modello della circular economy, attraverso l’introduzione di requisiti ambientali obbligatori per essere presenti sul mercato Ue e una metodologia comune di rilevazione e classificazione dei materiali e della loro provenienza, dando informazioni sulla composizione, sulla presenza di materiali riciclati, pezzi di ricambio, parti o sostanze pericolose contenute nei manufatti, al fine di facilitare la scelta all’acquisto del cittadino, così come la riparazione o il riciclo.  Per Alberto Parenti, membro della Direzione Generale del Mercato interno, dell'industria, dell'imprenditoria e delle Pmi della Commissione europea, "la nuova proposta delle istituzioni europee mira a rafforzare l’economia circolare all’interno del mercato unico attraverso l’adozione di requisiti comuni di progettazione dei prodotti a più alto impatto ambientale e di un 'passaporto di prodotto' digitale che garantisca la completa tracciabilità, la responsabilizzazione dei consumatori e la possibilità di applicare incentivi che aiutino le aziende a realizzare oggetti sempre più sostenibili, riparabili e riciclabili. È questo sicuramente un elemento molto innovativo che facilita un cambio del paradigma produttivo e delle abitudini di acquisto dei consumatori che, anche a causa dell’obsolescenza programmata dei dispositivi elettronici e della presenza sul mercato di prodotti economici e difficili da smontare, sono spesso costretti a comprare nuovi prodotti, liberandosi degli elettrodomestici o dei dispositivi digitali guasti, piuttosto che optare per la riparazione degli stessi”.  In Veneto, prima regione in Italia per differenziata, dove il 76% dei rifiuti viene valorizzato a recupero di materia, sono state introdotte recentemente deliberazioni in materia di circolarità dei sistemi produttivi fondamentali per potenziare la diffusione di pratiche di recupero dei materiali nei settori dell’edilizia e dell’industria manifatturiera.  Paolo Giandon, direttore della Direzione Ambiente e Transizione Energetica della Regione del Veneto, ricorda: “La Regione ha recentemente approvato l’aggiornamento del Piano regionale di gestione rifiuti urbani e speciali, affrontando le necessità del mondo produttivo dando maggior chiarezza alle norme che regolano la gestione dei rifiuti di scarto e istituendo, a questo proposito, un coordinamento regionale sottoprodotti e un tavolo tecnico 'End of Waste' (il processo attraverso il quale un rifiuto cessa di essere tale, per mezzo di procedure di recupero, ed acquisisce invece lo status di prodotto). Il lavoro di questi due organismi, avviato nel luglio 2023, ha prodotto risultati approvati con Decreto lo scorso novembre. Allo stesso tempo, sono stati siglati dalla Regione dei protocolli per la definizione di proposte operative per l’attuazione dell’economia circolare nei settori produttivi e nel settore dell’edilizia, con corpi intermedi, Università, Arpav, Legambiente e Camere di Commercio. L’inclusione di tutte le realtà più rappresentative del territorio ha permesso di creare momenti di confronto tra diversi approcci e competenze, individuando, attraverso progetti e analisi, delle strategie virtuose per implementare il modello circolare nel contesto metropolitano e regionale. Il confronto odierno con alcuni rappresentanti di istituzioni e associazioni europee, impegnate nel raggiungimento degli obiettivi eco-ambientali comunitari, ci fornisce altri preziosi spunti ed esempi per applicazioni mai sperimentate nel nostro territorio”. —sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Finanza sostenibile, un paper smentisce gli scettici: tutela investitori e ostacola greenwashing

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(Adnkronos) – Come da prassi degli ultimi anni, anche il dibattito sulla transizione ecologica è diventato oggetto di polarizzazione e di scontro tra due schieramenti. Rientra in quest’ambito la finanza sostenibile, importante asset per la transizione, ma oggetto di diversi pregiudizi da parte degli scettici.  Un gruppo di lavoro del Forum per la Finanza Sostenibile ha redatto un paper per dimostrare l’infondatezza di dieci argomenti utilizzati dai detrattori degli investimenti Esg: “La finanza sostenibile oltre i pregiudizi”, finalizzato anche a rendere la finanza sostenibile un motore del progresso economico, sociale e ambientale. “Era prevedibile che con la crescita delle masse gestite con i criteri ESG e il rafforzamento del posizionamento istituzionale europeo della finanza sostenibile si sarebbero sollevate critiche da parte di chi ha interesse a rallentare il processo di giusta transizione”, ha commentato Francesco Bicciato, Direttore Generale del Forum per la Finanza Sostenibile. Negli Stati Uniti lo scetticismo ha scatenato accuse che vanno dall’inganno e dall’inefficacia a un’agenda segreta per imporre al capitalismo e alla società i cosiddetti “woke value” (un termine gergale per indicare un attivismo progressista basato sulla convinzione di ingiustizie sistemiche negli Stati Uniti).  “Il Forum – continua Bicciato – risponde in modo rigoroso e seguendo i principi science based, con un approccio scevro da ogni posizione ideologica e adottando come sempre un’attitudine costruttiva e non distruttiva, a tutela degli investitori impegnati nel sostegno finanziario allo sviluppo sostenibile”. Il pregiudizio per eccellenza è che la finanza sostenibile serva solo a far girare più soldi nel mondo della finanza, prevedendo commissioni più alte di quelle ordinarie.  Parte proprio da questo punto il paper “La finanza sostenibile oltre i pregiudizi” dimostrando che la finanza sostenibile: – non ha costi più elevati, anzi, in media le commissioni sono più basse nei prodotti Sri rispetto ai loro omologhi tradizionali; – garantisce performance migliori nel medio-lungo periodo rispetto ai fondi tradizionali. Il paper si occupa poi dei rischi da molti considerati più alti per gli investimenti sostenibili. Secondo il paper, in realtà “l’analisi ESG sottostante a tali prodotti consente piuttosto di identificare minacce altrimenti sottovalutate, permettendo così di mitigarle e capitalizzare invece le opportunità derivanti da pratiche sostenibili e responsabili”. Una posizione condivisa anche da Jon Hale, direttore della ricerca sulla sostenibilità di Morningstar Sustainalytics in America: “Gli investimenti sostenibili e l’attenzione ai fattori ambientali, sociali e di governance sono diventati centrali negli investimenti negli ultimi anni. La rapida crescita è stata stimolata dalla necessità per gli investitori di considerare i rischi non finanziari posti da problemi che vanno dal cambiamento climatico all’esaurimento delle risorse naturali, alle condizioni dei lavoratori lungo tutta la catena di approvvigionamento, all’etica aziendale e alle disparità di ricchezza”.  Una preoccupazione, quella del rischio dell’investimento, che passa anche dal ruolo degli Stati, che non vanno considerati semplici regolatori del settore finanziario, ma veri e propri protagonisti: “Nel momento in cui un governo si impegna ad allineare le proprie politiche pubbliche a determinati obiettivi di sostenibilità, per esempio aderendo all’Accordo di Parigi – spiega il paper – si posiziona esplicitamente come un attore chiave nell’ambito finanziario. L’impegno nella lotta al cambiamento climatico richiede infatti che un governo non sia soltanto un regolatore, ma che sia partecipante attivo nelle questioni finanziarie. In Europa, questa prospettiva è stata accolta non solo con l’istituzione di obiettivi definiti e prefissati, ma anche tramite l’approvazione di normative in sostegno di tali sforzi”. Ciò non significa, tuttavia, che ci siano solo luci e nessun’ombra. Nonostante le recenti normative europee volte a migliorare la trasparenza e la quantità delle informazioni disponibili, “permangono infatti ancora delle sfide, tra cui un’insufficiente standardizzazione dei dati, lacune nei dati, difficoltà nella comprensione dell’importanza dei temi ESG e potenziali problemi di etichettatura e rating, che danno adito alle pratiche di greenwashing.  Al fine di evitare le pratiche di greenwashing, il paper individua due strade: – Maggiore standardizzazione delle regole e dei criteri per valutare i rischi Esg; – rafforzamento e consolidamento delle regole per rendere più efficaci i controlli. Bisogna poi sottolineare che l’incertezza sulle regole dà spazio a un altro fenomeno negativo per la transizione ecologica: il green hushing, poco conosciuto ma molto frequente tra le aziende italiane. Il green hushing consiste nel non comunicare o comunicare in maniera ristretta le proprie iniziative e i propri obiettivi in materia di sostenibilità ambientale, spesso per il timore di essere criticati o accusati di greenwashing. Tra le cause anche l’incertezza sull’efficacia e sulla misurabilità delle proprie politiche ambientali; la scarsa consapevolezza o importanza attribuita al tema della sostenibilità, considerato come un costo e non come un investimento e la volontà di mantenere un vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti, evitando di rivelare le proprie strategie e i propri risultati. Il gruppo di lavoro del Forum sottolinea che, per evitare tali pratiche fuorvianti, sia ancora necessario “compiere sforzi di standardizzazione e consolidamento per semplificare la raccolta, il reporting e l’analisi dei dati ESG”. Passando al rapporto tra aziende, società emittenti ed azionisti, il paper sostiene che il voto dell’azienda, cioè il diritto degli azionisti di esprimere le proprie preferenze sulle decisioni strategiche delle società in cui investono, abbia un impatto sulle politiche degli emittenti, ovvero quelle società che emettono titoli finanziari. Il voto, spiega ancora il Forum per la Finanza Sostenibile, è uno strumento importante per influenzare la governance delle società e per promuovere la creazione di valore sostenibile nel lungo periodo e quindi di benefici economici, sociali e ambientali per gli investitori e per la collettività. Il paper “La finanza sostenibile oltre i pregiudizi” riconosce poi l’importanza dell’engagement, cioè del dialogo tra investitore ed emittente sulle questioni di sostenibilità, come il rispetto dell’ambiente, dei diritti umani, delle norme etiche e delle buone pratiche di governo societario. I redattori spiegano che l’engagement è un processo di lungo periodo, che punta a migliorare i comportamenti dell’emittente e a renderlo più trasparente, cioè a fornire informazioni chiare e complete sulle sue attività e sulle sue performance. Il 2024 è l’anno in cui entra concretamente in vigore la Direttiva Csrd sulla rendicontazione di sostenibilità, uno spartiacque in materia. Con riferimento alle normative emanate in Europa in tema di finanza sostenibile, il paper sostiene che queste normative penalizzano sempre di più i soggetti che decidono di esternalizzare i costi, cioè di ignorare o nascondere gli impatti negativi delle loro attività, e incentivano invece quei soggetti che adottano pratiche responsabili e trasparenti. Per il Forum, insomma, è proprio la finanza sostenibile che permette di smascherare eventuali pratiche ingannevoli perché porta alla luce i costi che le aziende decidono di esternalizzare per garantirsi migliori risultati di redditività nel breve termine, esponendosi però al rischio di portare a impatti negativi sull’ambiente, sulla società o su altri stakeholder. “Evidenziando la fonte di questi costi, (la finanza sostenibile) consente agli investitori di prendere decisioni informate sulle loro scelte di investimento”, si scrive nel report.  È il caso di un’azienda che decida di far produrre ad un’altra un prodotto a grande impatto ambientale, per non porre la responsabilità in capò a sé stessa. Le norme di finanza sostenibile, invece, indagando i rapporti e le pratiche commerciali, nonché i rapporti intrasocietari, svela queste dinamiche e tutela gli investitori.  Per il 2024, si prevede che l’emissione di obbligazioni globali verdi, sociali, di sostenibilità e legate alla sostenibilità (Gsssb) continuerà a crescere, con il focus sull’emissione di obbligazioni verdi. Questa crescita si verificherà in un contesto di difficoltà per i mutuatari di tutte le classi di attività, caratterizzato da condizioni di finanziamento più severe e condizioni economiche più deboli. Nonostante le sfide, la crescente urgenza intorno alla decarbonizzazione dell’economia potrebbe spingere il mercato Gsssb verso il trilione di dollari. Nonostante gli scettici. —sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Cobat Tyre, rinnovata parte del Consiglio d’amministrazione

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(Adnkronos) – Il Consiglio di amministrazione di Cobat Tyre, società consortile per la raccolta e il riciclo di pneumatici fuori uso, ha nominato, all’unanimità e con effetto immediato, Maurizio Mariani nuovo presidente e Francesco Massaro direttore generale.  “Vorrei ringraziare il Consiglio di amministrazione per la fiducia accordata – commenta Mariani – Ora è tempo di proseguire il percorso di sostegno alle nostre imprese, ascoltando le esigenze dei nostri soci e mantenendo costante il dialogo con le istituzioni e i territori. Obiettivo? Confermare ancora una volta Cobat Tyre come strumento a disposizione dei produttori e importatori di pneumatici, capace di fare la differenza in termini di sostenibilità e circolarità”.  “In questi ultimi anni, durante i quali ho gestito i rapporti con i soci di Cobat Tyre, ho potuto toccare con mano il tessuto imprenditoriale delle aziende che producono e importano pneumatici, ricco di storie di eccellenza ed innovazione, senza mai dimenticare il rispetto per l’ambiente – dice Massaro – Da oggi, in qualità di direttore generale, non posso fare a meno di operare, insieme al Consiglio di amministrazione e al management del Consorzio, affinché le nostre imprese possano essere parte di quella guida al cambiamento che fa della sostenibilità un valore aggiunto e insostituibile”. —sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Sostenibilità: indagine, per i GenZer uno stile di vita è rigenerante quando c’è attenzione sia al proprio benessere che a quello del pianeta

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(Adnkronos) – Dalla tutela dell’ambiente all’equilibrio tra vita e lavoro, fino ai comportamenti d’acquisto: il concetto di ‘rigenerazione’ guida le azioni dei giovani della GenZ per i quali uno stile di vita è rigenerante quando c’è attenzione sia al proprio benessere (56%) che a quello del pianeta (51%). E’ quanto rivela una ricerca Ipsos per Knorr che, impegnata da oltre due anni in un progetto globale di agricoltura rigenerativa, nei mesi scorsi ha voluto approfondire il rapporto delle nuove generazioni italiane, in particolare i ragazzi tra i 18 e i 26 anni, con il concetto, appunto, di ‘rigenerazione’.  Un legame evidente in alcuni ambiti come la tecnologia o la moda, dove i GenZer sono abituati a ‘rigenerare’, dall’utilizzo di vestiti second hand alla scelta di telefoni ricondizionati. Ma cosa succede quando si parla di scelte alimentari o di agricoltura? Dalla ricerca Ipsos emerge innanzitutto che per la Gen Z il concetto di ‘stile di vita rigenerante’ è associato in prima battuta al proprio benessere fisico e mentale (56%) ma, allo stesso tempo, vuol dire anche fare scelte che siano in grado di salvaguardare la natura e di generare un impatto positivo sul pianeta (51%). A partire proprio dal mangiare (e bere) in maniera consapevole, scegliendo prodotti alimentari la cui produzione abbia un impatto ridotto o porti un contributo positivo sull’ecosistema (44%).  “È evidente la sensibilità delle nuove generazioni nei confronti delle problematiche ambientali che viviamo in questo momento storico – commenta Barbara Cavicchia, General Manager Nutrition Unilever Italia – Sappiamo che per diminuire l’impatto che il nostro stile di vita ha sull’ecosistema bisogna anche orientarsi verso un’alimentazione attenta alla sostenibilità, così come migliorare continuamente il modo in cui il cibo viene prodotto. Per questo Unilever sta avviando numerosi progetti di agricoltura rigenerativa in tutto il mondo, tra cui il progetto di Knorr nelle risaie di Pavia. Questi hanno l’obiettivo di coinvolgere e sostenere gli agricoltori che sono fondamentali per il mantenimento e lo sviluppo virtuoso delle aree agricole nelle quali coltiviamo i nostri ingredienti. Insieme alla nostra rete di esperti del suolo e dell’agricoltura aiutiamo, infatti, i fornitori ad implementare queste pratiche supportandoli anche nello sviluppo di sistemi di monitoraggio e misurazione dei risultati. Il programma italiano ha già dato risultati incoraggianti tali da portare ad estendere queste tecniche per la produzione del riso a oltre 200 coltivatori della zona”.  Accanto all’impegno globale e italiano per l’adozione di tecniche di agricoltura rigenerativa Knorr sta portando avanti anche un impegno per sensibilizzare e informare sui benefici che queste pratiche possono portare al pianeta. In linea con questo duplice impegno, ha deciso di rivolgersi direttamente ai GenZer attraverso una campagna divertente e impattante che sarà on air nelle prossime settimane: ‘Rigenera le tue Vibe’ vuole portare l’agricoltura rigenerativa nella cultura pop della Generazione Z italiana. Il progetto, infatti, parte da una profonda comprensione delle esigenze e delle abitudini di milioni di giovani alle prese con mille impegni quotidiani: gli esami all’università, il primo lavoro, il cuore spezzato o quello che sta succedendo oggi al nostro pianeta. A volte bastano le prime note della propria canzone preferita o mangiare qualcosa di veramente buono per rigenerare le vibe. Per questo Knorr si propone di offrire soluzioni facili e gustose, che aiutino a ‘rigenerare’ dalle incombenze quotidiane e al tempo stesso abbiano a cuore il pianeta.  La campagna coinvolge due icone: da un lato i beniamini della Generazione Z, i The Kolors, dall’altro le regine della cucina per antonomasia, le custodi della tradizione e delle ‘good vibe’ per i nipoti, le nonne. Nella cornice naturale delle risaie pavesi, le nonne coinvolgono i The Kolors e l’audience in un racconto dinamico e coinvolgente. Guidati da Adelaide e Betty, la band scopre l’agricoltura rigenerativa e i benefici che le sue pratiche possono, con il tempo, significativamente portare all’ambiente.  “Riuscire a convincere le nuove generazioni che per raggiungere un nuovo benessere per sé e per l’ambiente è necessario puntare sull’agricoltura rigenerativa sarà la sfida principale dei prossimi anni – commenta Fabio Iraldo, professore di Management ambientale della Scuola Sant’Anna di Pisa – Solo partendo dalla consapevolezza che adottando tecniche in grado di tutelare i suoli sarà possibile abbattere le emissioni di gas serra, avere acque più pulite e aumentare la biodiversità riusciremo ad avere un impatto concreto contribuendo a raggiungere la neutralità climatica. Un meccanismo virtuoso, quello dell’agricoltura rigenerativa, che deve partire dalla sinergia tra istituzioni, aziende e produttori che, da qui ai prossimi anni, oltre a garantire cibo per una popolazione in crescita, avrà un impatto profondamente rilevante sul nostro pianeta”. —sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Bologna Città 30 divide, le domande frequenti: dall’inquinamento allo stress

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(Adnkronos) –
Bologna è la prima grande città italiana a diventare Città 30. Si tratta di un provvedimento che l’amministrazione comunale ha deciso di mettere in pratica e che dal 16 gennaio, con l’avvio delle sanzioni per chi supera il limite, ha destato non poche polemiche.  Il limite di 30 chilometri orari è una proposta di sperimentazione per la salvaguardia dell’ambiente e la riduzione degli incidenti stradali. Ma sembra non convincere alcuni cittadini e il ministro dei Trasporti Matteo Salvini. Vediamo insieme perché. “Molti pensano che coincida solo con l’introduzione di un limite a 30 chilometri orari – si legge sulla pagina del Comune di Bologna -. In realtà Bologna Città 30 è molto di più. È una città che si trasforma per diventare più silenziosa e più spaziosa, per avere strade sicure e curate, nuove aree verdi, piazze pedonali e piste ciclabili, attraversamenti tranquilli per le persone anziane e con disabilità, spazi protetti per i bambini davanti alle scuole, un traffico più fluido per tutti i mezzi. È una città che mette al centro la salute delle persone e punta ad azzerare le morti in strada. Bologna Città 30 è un nuovo concetto di città, ancora più vicina alle esigenze di tutte le persone che la abitano. Nessuna esclusa”. Così sembrerebbe un sogno eppure, per molti cittadini ed esponenti politici, si avvicinerebbe ad un incubo. A rispondere, quindi, ad alcuni degli interrogativi, ci ha pensato la stessa amministrazione comunale.  Un dato che probabilmente non è così noto è che l’Italia, di per sé, è già un Paese “lento”. Il riferimento è agli ultimi dati del TomTom Traffic Index secondo cui, numerose città italiane, rientrerebbero tra le più trafficate al mondo e per questo, hanno una velocità media, nelle ore di punta e nei pieni centri urbani, ben inferiore di 30 km/h.  Bologna, nella classifica italiana, si posiziona al 12esimo posto, con una velocità media nelle ore di punta pari a 32 km/h, meno del limite massimo previsto da Città 30 per il quale scatterebbe una sanzione ai 36 km/h. In altre parole, Bologna è già una Città 30 senza saperlo. La differenza con questa misura comunale è che in questo modo ci sarà una maggiore costanza della velocità, un ripensamento degli spazi urbani, un modo di vivere la strada in modo “dolce”. Ambiente e sociale si dimostrano tra i principali interessi del comune di Bologna che in questo caso si dimostra un esempio per molte città italiane. —sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Le piante utilizzate dall’uomo sono a rischio

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